Raffaele Carpentieri in sala doppiaggio

Intervista a Raffaele Carpentieri: cosa significa essere doppiatore, da Top gun a The boys

Intervista a Raffaele Carpentieri: cosa significa essere doppiatore, da Top gun a The boys

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In questo articolo abbiamo cercato di capire meglio cosa significa essere un doppiatore e come lo si può diventare.
Lo abbiamo chiesto direttamente a chi ne ha fatto il suo mestiere da tanti anni: Raffaele Carpentieri.

In questa intervista esclusiva, scopriamo il percorso di chi ha trasformato la passione infantile per i cartoni animati in una carriera costellata di successi, dai cieli di Top Gun ai vicoli crudi di The Boys.
Un viaggio fatto di studio, umiltà e quella magia che scatta solo quando la voce diventa, finalmente, lo specchio dell’anima.

Ogni grande carriera nasce da un’intuizione, ma si nutre di studio costante. In questa prima parte esploriamo le radici di una passione nata davanti alla TV e consolidata sulle tavole del palcoscenico.

A – Quando hai capito che la tua voce sarebbe stata il tuo strumento di lavoro e qual è stato il tuo percorso?

R – Quando ero bambino, in modo istintivo, ascoltando i cartoni animati e i film doppiati, provavo un estremo fascino e sin da subito ho cominciato a registrare la mia voce, modulandola e sperimentandomi. Mi affascinava l’idea di poter dare voce a personaggi diversi e farli vivere attraverso la mia voce.
Quando poi ho iniziato a studiare recitazione e doppiaggio, e dopo alcuni anni di esperienza teatrale e televisiva, ho deciso di intraprendere questa carriera in modo più specifico. La mia formazione teatrale e la mia esperienza sul palco mi hanno aiutato a conoscere meglio la mia voce e a imparare a usarla in modo efficace.
Una volta in sala doppiaggio ho imparato a usare il mio “strumento” vocale davanti ad un microfono. Ho capito che il doppiaggio poteva diventare il mio lavoro quando ho cominciato ad avere feedback da grandi professionisti che mi hanno invogliato a continuare.

Primo piano di Raffaele Carpentieri

A – Qual è stato l’insegnamento più prezioso che hai ricevuto e che porti ancora oggi con te in sala di doppiaggio?

R – Il grande Gigi Proietti, che ho avuto l’onore di conoscere, una volta mi disse: “Fai tutto, teatro, tv, cinema, radio, speaker, doppiaggio, presentatore… poi troverai la tua strada”. Queste parole mi hanno mostrato il cammino per anni.
L’insegnamento più prezioso, invece, che ho ricevuto in sala doppiaggio, è stato quello di ascoltare e osservare gli occhi dell’attore che doppio. È essenziale per poter riportare la verità e rendere i personaggi credibili.
La mia fortuna è aver incrociato il mio percorso con grandi professionisti come Rossella Izzo, Giuppy Izzo, Sandro Acerbo, Chiara Colizzi, Carlo Cosolo, Massimiliano Alto, Roberto Gammino, Alessandro Rossi, Rodolfo Bianchi, Carlo Valli, Eleonora De Angelis… solo per citarne alcuni.
Ognuno di loro mi ha dato e mi dà ancora tantissimo e io attingo tutto ciò che posso per migliorarmi sempre.

Indossare i panni di un altro attore richiede un’alchimia particolare tra corpo, mente e voce. Qui approfondiamo l’emozione del debutto e il metodo di lavoro che precede il “rosso” in sala.

A – Ti ricordi la sensazione che hai provato la prima volta che hai sentito la tua voce associata a un attore?

R – Il mio primo turno l’ho fatto con Chiara Colizzi. Un’emozione unica. Diciamo che ero un mix di emozione e di imbarazzo. All’inizio è strano risentirti perché senti la tua voce su un volto che non è il tuo.
Ma è stato in quel momento che ho avuto la certezza che era quello che volevo fare. È stato un momento di grande emozione e di conferma per me, e mi ha dato la spinta per continuare a lavorare su me stesso e sulla mia voce.

A – Come approcci un nuovo personaggio, che tipo di preparazione segui? E quanto c’è di recitazione pura e di studio del corpo in quello che fai?

R – Quando approccio un nuovo personaggio, cerco di immergermi completamente nella sua storia e nella sua personalità.
Studio bene la scena e, con l’aiuto del direttore del doppiaggio, cerco di capire le sue motivazioni e le sue emozioni. È molto importante anche capire il periodo storico e sociale in cui si svolge la scena, anche il modo di parlare cambia.
Cerco di capire come il personaggio si muove, come parla, come interagisce con gli altri personaggi, e cerco di riportare tutto questo nella mia interpretazione. È un lavoro di fino.

primo piano Raffaele Carpentieri

Dalle icone moderne come Frenchie alle sfide tecniche più complesse, fino alle nuove frontiere tecnologiche: come cambia il mestiere in un mondo che corre veloce.

A – C’è un personaggio a cui hai prestato la voce che ti ha lasciato qualcosa?

R – Ce ne sono tanti. E soprattutto ognuno in un momento diverso della mia vita, artistica e professionale. Per esempio doppiare Glen Powell in Top Gun è stato un momento di svolta, un film del genere porta con sé una grande responsabilità.
Sicuramente quello a cui sono molto legato emotivamente in questi anni è Frenchie di The Boys, che ha tantissime sfumature e doppiarlo per me è sempre un piacere enorme. Inoltre il legame si è rafforzato proprio ultimamente dopo aver avuto la possibilità di conoscerlo di persona alla Premiere mondiale della quinta stagione di The Boys che si è tenuta a Roma.
Un’emozione doppia quindi. In generale tutti i personaggi che doppio mi lasciano qualcosa, porto sempre con me un pezzo di loro.

A – Qual è stato, tecnicamente o emotivamente, il personaggio più complesso da restituire al pubblico?

R – Partiamo dal presupposto che nessun personaggio è semplice. In Black Bag di Steven Soderbergh ho dovuto doppiare un grandissimo attore come Tom Burke che avevo già doppiato in Furiosa… ironia, ubriachezza e una ferocia fuori dal comune.
Una bellissima sfida. Nella serie Afterlife scritta e interpretata da quel genio di Ricky Gervais ho doppiato Tom Basden… un mix di timidezza e ansia che poteva sfociare nel banale, penso di aver fatto un buon lavoro.
In Madame Web doppiare Ezekiel Sims non è stato semplice perché vocalmente aveva sempre un timbro cavernoso, quasi animalesco difficile da riprodurre.
Forse però tecnicamente e emotivamente, il personaggio più complesso da restituire al pubblico è stato John Kennedy Jr nella serie Love Story. Dovevo lavorare sulla sua emotività e sulla sua vulnerabilità, ed è stato un lavoro molto difficile ma allo stesso tempo molto gratificante. Ho dovuto lavorare su emozioni profonde e autentiche, sul rapporto con la stampa, con la madre, la sorella e la sua compagna di vita, Carolyn. Un lavoro che poi credo abbia ripagato.

Personaggio / Progetto Attore Doppiato Tipo Nota dell’Intervista
Frenchie (The Boys) Tomer Capone SERIE TV Legame emotivo fortissimo, conosciuto di persona a Roma.
Hangman (Top Gun) Glen Powell CINEMA Definito come un vero “momento di svolta” nella carriera.
John Kennedy Jr (Love Story) Paul Anthony Kelly SFIDA Il più complesso per restituire vulnerabilità ed emotività.
Ezekiel Sims (Madame Web) Tahar Rahim SFIDA Difficoltà tecnica nel rendere un timbro cavernoso e animalesco.
Tom Burke (Black Bag) Tom Burke CINEMA Sfida attoriale tra ironia, ubriachezza e ferocia.

A – Ci racconti un episodio divertente o bizzarro capitato durante una sessione di registrazione?

R – In sala quando si può si scherza sempre, anche perché restare chiusi per ore e ore ogni giorno diventa pesante. Ricordo una volta in cui cominciai a parlare come se avessi una zeppola in bocca… il direttore del doppiaggio e l’assistente andarono nel panico poiché era il primo turno di una serie importante in cui ero protagonista e per 5 minuti buoni andai avanti in quel modo, come se non sapessi più parlare.
Quando poi svelai lo scherzo mi mandarono gentilmente a quel paese! Quella cosa lì però ha rotto il ghiaccio e siamo stati una squadra vera per settimane!

A – Il mondo del doppiaggio è cambiato molto negli ultimi anni anche per l’avvento dell’AI generativa, come vivi questo fenomeno?

R – Io credo che l’AI possa essere uno strumento utile, ma non può sostituire la creatività e la sensibilità di un doppiatore umano. L’AI può aiutare a migliorare alcuni aspetti del doppiaggio, ma non può replicare l’emozione e la personalità di un essere umano.

Il doppiatore Raffaele carpentieri in piedi che sorride

L’intervista si conclude guardando all’orizzonte: agli attori ancora da interpretare e alle nuove generazioni che si affacciano a questo mestiere fatto di pazienza e dedizione.

A – C’è un attore che non hai ancora doppiato al quale ti piacerebbe prestare la voce?

R – La mia fortuna è aver doppiato tanti attori bravi e che stanno anche avendo un grande successo come Glen Powell, Jack Huston, Jack O’Connell, Bill Magnussen. Attori molto interessanti sono Jacob Elordi o Austin Butler. Magari un giorno capiterà di prestargli la voce, chi lo sa.

A – Che consiglio daresti a chi oggi sogna di intraprendere questa carriera?

R – Il consiglio che darei è semplice: lavorare sodo, essere pazienti e non arrendersi mai. Il doppiaggio è un lavoro difficile, ma può essere molto gratificante e meritocratico.
Bisogna essere disposti a imparare, a crescere e a migliorarsi continuamente e a essere costantemente aperti a nuove opportunità e sfide. Tutto questo per farsi trovare pronti quando arriverà l’occasione giusta.

Attraverso le parole di Raffaele emerge un ritratto chiaro del doppiaggio moderno: un’arte che non si limita alla ripetizione, ma che richiede empatia, preparazione atletica della voce e una profonda cultura dello spettacolo. Come ci ha ricordato, la tecnologia può avanzare, ma la “verità” negli occhi di un attore può essere tradotta solo da un altro cuore umano.

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Crediti:
Immagine in evidenza PittiglioArt
Immagini all’interno dell’articolo: Azzurra Primavera

Ary
Arianna Orrù
Editor di professione, maneggia le parole con la stessa precisione con cui scandisce il tempo con la sua batteria.
Esploratrice olfattiva per vocazione, studia e crea fragranze. Da circa un anno ha trovato la sua dimensione ideale nel mistero, scrivendo per la rivista digitale Obscura.

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