Artista visivo, performer e fondatore del movimento Adimensionalista, Alessio Bonini è una delle figure più originali della scena contemporanea.
La sua ricerca nasce dal gesto e dalla materia, esplode nella performance e rifiuta ogni confine tra discipline. Dalle tele agli happening, dai materiali di scarto alle installazioni, tutto nella sua pratica diventa energia in trasformazione.
In questa intervista, Bonini racconta le sue origini, le sue visioni e la sua idea radicale di arte come esperienza viva.

ORIGINI E IDENTITÀ DI ALESSIO BONINI
A – Sei cresciuto in una famiglia d’arte: questo ti ha permesso di respirare creatività fin da bambino, ma anche di convivere con un’eredità ingombrante. Quanto ha influito questo su di te e quando hai sentito di aver trovato la tua voce personale?
ALESSIO – Mi piace pensare di essere stato, in qualche modo, predestinato a questa forma di sensibilità. Non è mai esistito un momento in cui la mia inclinazione verso l’arte abbia richiesto un impulso forzato: è accaduto piuttosto come un moto naturale, una continuità osmotica del respiro familiare.
La mia eredità, dunque, non è soltanto di ordine tecnico o estetico, ma è un’estensione ideale e filosofica del pensiero di mio nonno, al quale devo un sentimento di gratitudine sconfinata.
La sua lungimiranza e la sua capacità di nutrire la mia formazione non solo artistica ma anche interiore, hanno costituito le radici da cui tutto ha preso forma.
Il resto, credo, lo abbia compiuto l’Universo, ponendomi lungo il cammino altri maestri, ciascuno necessario a una diversa fase della mia evoluzione espressiva e spirituale.
Tuttavia, trovare la mia voce autentica non è stato un processo lineare: da giovane, animato da un fervore quasi vorace, mi nutrivo di ogni linguaggio visivo che incontravo, assorbendone inevitabilmente le influenze.
La svolta è avvenuta intorno ai sedici anni, quando ho iniziato a creare per necessità interiore e non più per aderenza a uno stile o a un canone tecnico. L’incontro con l’astrazione, dopo un periodo di rigore quasi iperrealista, è stato come un gesto di liberazione: togliersi le bende dagli occhi e scorgere, finalmente, l’infinito. Eppure, la piena consapevolezza di quella scoperta è arrivata molti anni dopo, intorno ai trentatré.
Guardando retrospettivamente al giovane che ero, ho riconosciuto in lui la scintilla primordiale della mia verità artistica. Da allora mi piace pensare di aver compiuto un atto di sottrazione temporale, come se avessi rubato la verità di un altro me, situato in un tempo diverso, per consegnarla al presente come sigillo di identità.

A – Il tuo percorso ti ha portato dall’iperrealismo all’astrazione più libera. Cosa ti ha spinto a superare la rappresentazione fedele del reale? È stata una scelta tecnica, esistenziale o un’urgenza espressiva?
ALESSIO – Da ragazzo avevo un ritmo produttivo quasi febbrile: passavo ossessivamente dalla pittura alla scultura, dall’incisione alla modellazione dell’argilla, come se ogni materia fosse una declinazione possibile della stessa urgenza creativa.
Ricordo un giorno in particolare, in cui annotavo su un blocco alcune riflessioni personali. Senza alcuna conoscenza formale di fisica, disegnai uno schema intuitivo in cui ipotizzavo che la luce, incidendo su un corpo solido, non si limitasse a rimbalzare in linea retta ma seguisse un moto curvilineo, restituendoci soltanto una frazione della realtà percepibile dai sensi.
Quell’intuizione mi spalancò un abisso di possibilità: se ciò che vediamo è solo un segmento della totalità, allora l’arte può rivelare ciò che resta occulto, ciò che vibra in altre dimensioni della percezione.
Conservo ancora quelle pagine, come testimonianza di un momento di verità quasi rivelatrice. Oggi il mio lavoro si articola su più piani di indagine: dalla percezione visiva alle neuroscienze, dalla semiotica alla filosofia dell’immagine, fino alla metalinguistica e all’ontologia del segno.
Mi piacerebbe diventare un esperto anche di teoria delle stringhe. La mia pratica è divenuta una ricerca gnoseologica e multidimensionale sull’atto del vedere e del rappresentare.
Superare l’iperrealismo non è stato, dunque, un gesto di ribellione stilistica, ma la conseguenza naturale di un’evoluzione interiore.
Non potrei definirla una scelta tecnica, perché la tecnica per me rappresenta un confine, necessario ma continuamente da trascendere.
È stata piuttosto un’urgenza spirituale, un moto di conoscenza che mi spingeva a oltrepassare la banale rappresentazione per interrogare l’essenza stessa del reale. Oggi opero in quello spazio liminale dove significato e significante si confondono, dove la forma diventa linguaggio e il linguaggio materia.
L’arte, in fondo, non si fonda sulla referenza del visibile, ma sulla risonanza del senso: ciò che vibra tra l’occhio e la mente, tra la materia, l’eaperienzialita’ e il pensiero.
RICERCA ARTISTICA E LINGUAGGIO DI ALESSIO BONINI
A – Nei tuoi lavori è evidente la presenza di una tensione fisica, quasi primordiale. Quanto contano per te il gesto, la materia e il rapporto fisico con la tela? Sei più istinto o più progettualità?

ALESSIO – Questa domanda mi diverte e, allo stesso tempo, mi perplime, perché tocca uno dei paradossi più complessi della pratica artistica: quello tra il gesto e la coscienza del gesto. Io studio ogni giorno — è una forma di disciplina quasi monastica.
Ho l’abitudine di leggere tre libri contemporaneamente, appartenenti a campi differenti ma interconnessi con la mia ricerca: filosofia, scienza cognitiva, estetica o linguistica.
Questa metodologia comparativa mi consente di assorbire e metabolizzare concetti eterogenei, rielaborandoli poi come materia viva nel mio lavoro.
Il mio processo è composto da analisi, sperimentazione e continua confutazione. Nulla nasce dal puro automatismo: anche ciò che appare come un atto istintivo è, in realtà, il risultato di una stratificazione di pensiero.
Dal punto di vista del pubblico, l’opera sembra manifestarsi come un evento istantaneo un’esplosione di gesto e materia ma in realtà essa è soltanto la superficie visibile di un fenomeno molto più complesso.
L’opera, infatti, non risiede sulla tela: si svolge fuori dalla materia, prima ancora della sua concretizzazione formale. La tela non è che il residuo tangibile di un processo invisibile, un campo di condensazione di energie concettuali e percettive.
Tutto ciò che precede quel momento: lo studio, la ricerca, il dubbio, l’illuminazione e persino l’errore, è parte integrante dell’opera.
Senza questa costruzione pre-espressiva, ciò che ne risulta non è arte, ma semplice esercizio tecnico, una mimesi sterile come accade spesso nel ritratto o nel paesaggio tradizionale.
L’astratto, invece, è una disciplina interdimensionale e interdisciplinare: ciò che appare sulla parete non è la rappresentazione di qualcosa, ma il contenitore di un’esperienza gnoseologica, la sedimentazione visiva di un atto di coscienza. In questo senso, anche la gestualità possiede una propria architettura — una grammatica del movimento che si attiva solo quando il corpo e la mente raggiungono uno stato di trans cosciente o subcoscienziale.
Sarebbe complesso condensare tutto in poche righe, perché qui si apre una riflessione che sfiora la fenomenologia della percezione, la psicologia del segno e la teologia della forma.
Ho cercato di articolare più ampiamente questi concetti nel mio libro Fenomenologia dell’invisibile, dove esploro proprio la soglia in cui il gesto diventa linguaggio e la materia si trasfigura in pensiero.

A – Utilizzi spesso materiali poveri, oggetti abbandonati o “carcasse” che diventano materia viva. Cosa significa per te dare voce a ciò che è inanimato? È un atto etico, poetico o simbolico di rinascita? E che posto ha ancora invece il corpo nell’arte contemporanea?
ALESSIO – Non ho mai concepito la materia come qualcosa di povero o di secondario. In realtà, non faccio distinzione tra ciò che è nuovo e ciò che è residuale, perché nella mia visione il tempo non è una linea ma una spirale che si avvolge su se stessa.
Più che di rinascita, parlerei di svolgimento di una funzione ontologica: ogni elemento, ogni frammento di materia, possiede un proprio valore intrinseco che si attiva nel momento in cui viene collocato in un determinato contesto.
L’opera, in questo senso, è un dispositivo che riaccende energie dormienti, un campo di risonanza in cui l’oggetto si ri-significa. Per me nulla è realmente inanimato. Tutto è energia in transito, in attesa di una forma di relazione che ne determini il grado di esistenza.
Io stesso, prima di questa intervista, potrei dire di non esistere: la mia presenza si attualizza solo ora, nel momento in cui il mio pensiero entra in dialogo con il tuo.
È la funzione che anima la forma, non il contrario. Così anche gli oggetti che recupero carcasse, rovine, residui si rigenerano non per volontà poetica, ma perché entrano in un campo di senso, in una nuova rete di connessioni simboliche ed energetiche. Quanto al corpo, credo che nell’arte contemporanea esso rappresenti oggi un paradosso: un limite più che una risorsa. È un contenitore obsoleto rispetto alla fluidità dell’identità contemporanea e alla natura sempre più interfacciata della coscienza.
Sto approfondendo, in questa direzione, le dinamiche di trasferimento cognitivo in ambiente digitale dal mind uploading alle interfacce neurali (BCI, Brain–Computer Interface).
Queste tecnologie aprono interrogativi radicali sulla possibilità di estendere la coscienza oltre la carne, disarticolando il concetto stesso di corporeità. In fondo, tutto si riduce a una questione di relazioni e di stati di presenza: che si tratti di un corpo umano o di un oggetto apparentemente inerte, entrambi partecipano della stessa rete energetica e semiotica.
Ciò che cambia è solo la frequenza attraverso cui decidiamo di ascoltarli.
A – Nel 2017 hai fondato l’Adimensionalismo, un movimento che rifiuta ogni misura e confine artistico. Che cosa rappresenta per te questa visione?
ALESSIO – In parte credo di aver già accennato alla radice di questa visione nelle risposte precedenti. Mi fa sorridere, tuttavia, la parola “fondato”: in realtà non ho fondato nulla, ho semplicemente riconosciuto qualcosa che esisteva già, latente, in un luogo non ancora esplorato della percezione.
Il termine “adimensionalismo” era già presente nel linguaggio, ma privo di un habitat concettuale solido: io me ne sono appropriato per offrirgli un contesto, una geografia del pensiero e della visione.
L’Adimensionalismo nasce da un presentimento profondo, da una percezione sconfinata dello spazio e del tempo. Non è una corrente né un movimento, ma piuttosto un luogo ontologico, una condizione di presenza in cui ogni misura, ogni scala e ogni direzione collassano in una simultaneità percettiva.
Mi rassicura l’idea di esistere anche in altre dimensioni, perché considero questa, quella che abitiamo fisicamente, come una dimensione ormai obsoleta, incapace di contenere la complessità del pensiero e dell’immaginazione contemporanea.
Attraverso la pittura e la sperimentazione visiva cerco dunque di tradurre, di trasmigrare, frammenti di quel luogo in forme accessibili al pubblico.
L’opera, in questo senso, diventa un varco di transito tra stati differenti dell’essere. L’Adimensionalismo non rappresenta un manifesto, è una piazza aperta a tutti, un processo di conoscenza in divenire: uno studio empirico e metafisico insieme, una divulgazione intuitiva delle scoperte che emergono da quella soglia invisibile dove la materia si dissolve e la coscienza si espande.

L’ARTE DI ALESSIO BONINI COME RELAZIONE E IMPATTO
A – Con Carneviola prima e Art-Hub poi hai trasformato l’arte in un luogo di partecipazione attiva abolendo di fatto la distanza tra artista e pubblico. In che modo coinvolgere il pubblico diventa parte integrante dell’opera?
ALESSIO – Sì, in effetti credo che la creazione di una struttura come Carneviola prima e Art-Hub poi rappresenti, a tutti gli effetti, la performance più lunga e complessa della mia vita, un organismo vivente che continua ad accadere.
Coinvolgere il pubblico non è mai stato, per me, un atto accessorio o una strategia partecipativa: è già, di per sé, opera in divenire. Ogni progetto, ogni evento, ogni incontro formativo è parte di un unico flusso, un continuum esperienziale in cui i ruoli di artista e pubblico si dissolvono fino a diventare una sola entità percettiva. L’interazione stessa diventa linguaggio: un campo di risonanza in cui le coscienze si sfiorano, si contaminano, si riformulano.
In questo senso, non considero ciò che faccio come un’attività divulgativa, ma come un processo di crescita reciproca, un atto conoscitivo collettivo che si manifesta attraverso l’arte come vettore.
Quello che si genera è un ecosistema sensibile, composto da individui che entrano in risonanza con un medesimo sentire in uno spazio-tempo condiviso.
È un’esperienza adimensionale, un laboratorio permanente di interconnessione in cui il gesto, la parola e la presenza diventano materia estetica. L’opera, dunque, non è più un oggetto, ma un campo di relazione: un luogo di convergenza fra energie, corpi e pensieri che si riscrivono a vicenda nell’atto stesso del partecipare.
A – Hai definito il territorio di origine “intellettualmente arido” e hai scelto di rendere Art-Hub itinerante. È una critica al sistema artistico locale o a un più ampio impoverimento culturale? Cosa manca oggi per nutrire davvero la creatività di un luogo?
ALESSIO – La Liguria, come molte altre regioni d’Italia, porta con sé una sorta di menomazione geologica che inevitabilmente si riflette anche sul piano psichico e culturale.
È una terra lunga, stretta, compressa tra la montagna e il mare: una geografia verticale che plasma, quasi per osmosi, un carattere chiuso, diffidente, talvolta rancoroso.
Un naufrago e un ligure, in fondo, non sono così diversi entrambi abitano un orizzonte ridotto, un confine che limita più che espandere.
Come può dunque fiorire un pensiero grandioso in un territorio che, per sua stessa conformazione, non invita all’apertura ma alla difesa? Un fiorire collettivo, autentico, intellettuale e culturale ha bisogno di pianure, spazi protetti e respirabili, dove il pensiero possa estendersi senza urtare contro pareti di pietra.
Il pensiero creativo, come la linfa, necessità di vastità, di orizzonti contemplabili, di abissi e vette scrutabili come interrogativi esistenziali. Io vivo in Liguria proprio per questo continuo andare via: la mia è una pratica di pellegrinaggio verso giardini più fertili, un movimento ciclico tra l’espansione e il raccoglimento.
Ritorno alla mia austerità ligure come a una forma di purificazione, di silenzio terapeutico.
Non tutti i luoghi sono destinati a essere incubatori di valore. È per questo che la Germania prospera culturalmente, che gli Stati Uniti hanno costruito un impero sull’arte, che i grandi collezionisti provengono dai Paesi Bassi o dal Regno Unito: sono territori spaziosi, mentali prima ancora che fisici.
Lì le persone non si sentono schiacciate, accatastate, oppresse da architetture che comprimono lo sguardo. La mente, dove c’è ampiezza, genera desiderio di esplorazione.
E dove si restringe, inevitabilmente, nasce la mediocrità. Esiste poi una questione generazionale: per creare valore servono i giovani, i ribelli, gli audaci ma perché ciò avvenga devono esistere le piazze del XXI secolo, luoghi reali di incontro e confronto, non le arene digitali che simulano la libertà mentre ne perpetuano la dittatura zuccherata.
Senza spazi di aggregazione, la cultura si isterilisce, si riduce a eco di sé stessa.
Quindi no, non si tratta di una critica, ma di una constatazione lucida di ciò che molti fingono di non vedere. L’Italia vive ancora di una rendita estetica che non le appartiene più: si sente grande perché qualcuno, mezzo millennio fa, ha scolpito una statua oggi divenuta emblema di un mito scolastico.
Ma la grandezza non è ereditabile, va rigenerata ogni giorno. Per ospitare la creatività occorrono spazio, respiro e pluralità; per nutrirla, invece, serve libertà di pensiero e per la libertà servono istruzione, consapevolezza e azione.
Tre cose che, in un Paese che si definisce democratico ma non lo è nella sostanza, continuano a essere sistematicamente negate.
A – Sei artista, performer, gallerista, direttore di festival: qual è il motore profondo di tutta questa spinta creativa? Energia, curiosità o bisogno di trasformazione? Questo aspetto è legato al tema della nascita e rinascita che ricorre nella tua poetica?

ALESSIO – Mah, guarda, ho una velocità di apprendimento incredibile, e quando in qualcosa intravedo un punto d’arrivo mi annoio subito: ho bisogno di cambiare, di generare nuovi stimoli, di mantenere il pensiero in costante movimento. Potrei inventarmi mille giustificazioni più profonde, ma la verità è semplice: se posso farlo, perché non dovrei?
Così mi lancio, faccio, mi diverto, mi nutro, cresco e resto allenato. In fondo, almeno in questo, sono rimasto semplice, è questo a permettermi di rinascere ogni volta in una forma diversa.
A – La tua arte è arrivata in Europa, Stati Uniti e Singapore. Cambia qualcosa nel modo in cui viene percepita? Dove senti che il tuo linguaggio trova maggiore risonanza?
ALESSIO – Sì, è un dato interessante il fatto che esistano aree geografiche in cui la mia ricerca risuona con maggiore intensità. Le zone più “calde”, dove vengo collezionato con continuità, sono Olanda, Francia, Polonia, Lussemburgo e Germania.
Negli ultimi tempi sto ricevendo ottimi riscontri anche in Spagna e Portogallo, mentre Stati Uniti e Asia e il resto del mondo rappresentano circa il 30-35% delle vendite complessive, spesso legate alle opere più eclatanti dal punto di vista formale.
Tuttavia, se parliamo di affinità interiore, è il Nord Europa a coccolarmi di più: lì percepisco una maggiore predisposizione alla profondità del mio linguaggio e al suo valore simbolico.
Mi piace sempre incontrare i collezionisti, quando possibile. Non considero la vendita un semplice scambio economico, ma un atto umano e di consapevolezza reciproca.
Chi acquista una mia opera deve sapere che non sta comprando un oggetto, bensì il diritto di diventarne custode. L’opera resta sempre un’estensione di me, e il suo possesso implica una responsabilità morale verso quella parte di me che scelgo di affidare.
Purtroppo oggi questo principio etico si è quasi del tutto perso e forse è proprio per questo che tutto ha un prezzo, ma poche cose hanno davvero un valore.
VISIONE E RESPONSABILITÀ DELL’ARTISTA
A – In un tempo dominato dal mercato, dai media e dalla produzione veloce di immagini, qual è secondo te la missione di un artista? E come si difende la propria ispirazione dal rischio della corruzione?
ALESSIO – Un artista compie già la propria missione semplicemente manifestando ciò che fa. Ed è una risposta tutt’altro che riduttiva perché nel fare artistico c’è il senso della vita, ma non bisogna attribuirgli troppe responsabilità: l’arte è un atto naturale, non un dovere.
Se si tornasse a credere nell’arte. Se lo si lasciasse esistere liberamente sostenendolo economicamente, tenendolo al riparo dal mercato, dai media e da tutto ciò che corrompe la sensibilità umana; l’artista tornerebbe a essere lo strumento evolutivo più potente della società.
È colui che paghi per la sua capacità di pensare, per indagare, per risolvere, per scoprire e sviscerare, per raccontare e per creare valore.
Il paradosso è che oggi le risorse sono sbilanciate a favore delle mani degli oppressori, dei non pensanti, dei dittatori, e così si perpetua il mito della caverna. La gente non sa nemmeno cosa gli piace finché non gli viene detto e gli artisti si isolano.
Quanto all’ispirazione, la sua difesa è semplice: non parlarne. Non condividerla. Viverla come uno spazio privato, intimo, sacro. Non tutto deve essere costantemente esposto o spiegato, alcune cose devono restare mistero, se vogliono continuare a vivere.

Dopo aver ringraziato Alessio Bonini per la sua immensa disponibilità abbiamo capito quanto porti nel mondo un’arte che non si limita a esistere, ma agisce. Nel suo universo creativo tutto è movimento, mutazione, energia. Perché l’arte, quando è vera, non rappresenta: accade.
Articolo scritto da Ary



