Nel mondo del true crime c’è chi punta sull’impatto emotivo e chi sulla velocità del racconto. Time Crime sceglie un’altra strada: quella del metodo.
Qui il tempo non è solo lo sfondo degli eventi, ma diventa lo strumento principale per capire cosa è successo davvero.
Dietro al progetto c’è Alessandro, avvocato e appassionato di orologeria, che ha trasformato la precisione della sua formazione professionale in un format narrativo rigoroso, immersivo e profondamente rispettoso delle storie che racconta.
In questa intervista ci racconta come nasce Time Crime e quale patto lo lega al suo pubblico.
Le origini di Time Crime: tra orologeria, diritto e narrazione
D – Da dove nasce l’idea di Time Crime e in che modo la tua passione per gli orologi ha influenzato la costruzione del tuo progetto?
R – Time Crime nasce da una sovrapposizione quasi naturale di interessi che, per anni, ho tenuto su binari paralleli. Da un lato, come aspirante scrittore prima e avvocato poi, c’è sempre stata la passione per il racconto, per la storia, per i fatti oscuri e irrisolti; dall’altro, la passione per gli orologi ma soprattutto l’orologeria, intesa come storia di uomini inventori, e che mi appassiona sin da bambino.
Gli orologi, molto banalmente, insegnano il valore del tempo, e quindi della sequenza corretta degli eventi. In Time Crime il tempo non è solo cronologia, ma struttura narrativa e investigativa: capire “quando” accade qualcosa è spesso più importante dell’evento stesso.
In questo senso, la mia formazione professionale, assieme alla mia passione per il mondo dell’orologeria, hanno influenzato profondamente il progetto, imponendo un approccio rigoroso alla ricostruzione dei fatti. E così, dopo aver aperto il canale YouTube “TOC Orologi Straordinari” nel 2020, dopo aver imparato a gestire e organizzare la creazione di contenuti social in un certo senso divulgativi, nel 2025 mi sono sentito pronto a lanciare “Alessandro TIME CRIME” per seguire quest’altra mia passione legata anche al mio lavoro.
Accade che qualcuno mi riconosca chiedendomi “ma non sei quello degli orologi?”. Sorrido: “sì, e ho anche molte altre passioni, mi piace tenermi impegnato”.

Metodo e rigore in Time Crime: quando la ricerca viene prima della narrazione
D – Qual è il tuo metodo per scegliere un caso e come si bilancia la ricerca documentale con la costruzione narrativa?
R – La scelta di un caso non avviene mai per moda. Parte sempre da una domanda irrisolta, da una zona d’ombra che resiste nel tempo. Il metodo è duplice: prima viene la ricerca documentale, che deve essere solida, verificabile, stratificata.
È anche per questo motivo che nella descrizione di ogni video sono sempre riportate analiticamente le fonti consultate per la stesura della puntata. Solo dopo interviene la costruzione narrativa. La narrazione però non deve spettacolarizzare, deve rendere intellegibile un racconto spesso complesso e a volte giuridicamente molto tecnico.
Il bilanciamento sta tutto lì: se la storia prende il sopravvento sui fatti, il racconto diventa spettacolo; se i fatti restano grezzi, il pubblico perde il filo. Time Crime nasce proprio per stare in mezzo, ma con disciplina.
D – Quando scegli un caso da raccontare, da quali criteri parti? Cosa deve avere una storia per diventare un episodio di Time Crime e quanto tempo richiede, mediamente, la ricostruzione accurata di un caso?
R – Un caso deve avere tre elementi fondamentali: documentazione disponibile, anche attraverso ricerca fisica delle fonti (come gli archivi dell’Old Bailey che ho consultato per le puntate su Jack Lo Squartatore o su Sweeney Todd), contraddizioni reali e una rilevanza che vada oltre il fatto di cronaca.
Non mi interessano le storie “chiuse” solo perché hanno una sentenza; mi interessano quelle che continuano a porre domande. La ricostruzione accurata richiede tempo, spesso settimane. Ci sono casi che studio per mesi prima di portarli sul canale, come la trilogia sul Mostro di Firenze. Ma la fase più lunga non è la scrittura, ma la verifica dei documenti: date, testimonianze, fonti incrociate. È un lavoro che assomiglia più a un’istruttoria investigativa che a una sceneggiatura.
Il tono nel True Crime: analisi, atmosfera e responsabilità
D – Il tuo stile unisce divulgazione e storytelling con un equilibrio raffinato tra analisi e atmosfera. Come gestisci questo doppio registro e quanto conta il tono nella narrazione del true crime?
R – Il tono è tutto. Uso la voce e la narrazione per creare un’atmosfera immersiva, quasi noir, ma resto ancorato ai fatti. Nel true crime basta poco per scivolare nel sensazionalismo. Io cerco una terza via: un racconto asciutto, controllato, dove l’atmosfera nasce dai fatti stessi, non da artifici narrativi.
Ecco, questo doppio registro è probabilmente l’aspetto più delicato di Time Crime. Da un lato c’è l’esigenza di spiegare, contestualizzare, rendere comprensibili fatti complessi; dall’altro c’è la necessità di restituire un’atmosfera, perché il crimine non è mai solo un insieme di dati, ma un evento umano che si colloca in un contesto emotivo, storico e sociale preciso.
Il punto di equilibrio sta nel non forzare mai nessuno dei due piani. L’analisi deve restare analisi, rigorosa e verificabile; l’atmosfera deve emergere quasi da sola, come conseguenza dei fatti. Ecco perché il tono è centrale: è ciò che separa il racconto serio dal sensazionalismo. Io lavoro molto sulla sottrazione, sull’evitare enfasi inutili. Nel true crime il tono è anche una forma di rispetto: verso le vittime e le loro famiglie, verso chi ascolta e verso la verità dei fatti. Se il tono è sbagliato, anche la ricostruzione più accurata perde credibilità.
D – Quanto influisce il tuo essere avvocato sul format? Ti ritrovi ad applicare metodi, logiche o sensibilità professionali anche nel modo in cui selezioni le fonti o analizzi la cronologia dei fatti?
R – La mia professione incide tantissimo, onestamente è l’impalcatura di tutto il canale. Essere avvocato mi dà una forma mentis che applico costantemente: mi permette di leggere una sentenza capendo i passaggi logici e giuridici, di distinguere un indizio da una prova regina, e di non cadere nelle trappole mediatiche, sensazionalistiche, che spesso distorcono la percezione di un caso solo per audience.
Questo approccio entra in Time Crime in modo naturale: nella selezione delle fonti, nel modo in cui vengono presentate le testimonianze, nella ricostruzione delle cronologie. Un avvocato è abituato a ragionare per atti, per passaggi logici, per coerenza interna di una narrazione. Lo stesso vale qui. Non mi interessa dimostrare una tesi a tutti i costi, il mio scopo è mettere il pubblico nelle condizioni di comprendere dove stanno le zone d’ombra, le incongruenze, i punti deboli di una ricostruzione ufficiale.
È una sensibilità che porta prudenza, ma anche onestà intellettuale. Questo credo dia al pubblico una sicurezza in più: sanno che non sto solo “raccontando una storia”, ma sto esaminando un fascicolo insieme a loro.

True crime dal vivo: la “Notte da Detective”
D – Raccontare un caso dal vivo cambia completamente l’atmosfera: da dove nasce l’idea delle live allo Strato Bar e in che modo questa dimensione influenza il modo in cui costruisci la storia di un caso?
R – L’idea delle live (con ingresso rigorosamente gratuito) nasce dal desiderio di riportare il racconto a una dimensione quasi primordiale: una persona che racconta una storia a un gruppo che ascolta, senza filtri e senza montaggio. YouTube è fantastico, ma è unidirezionale.
Allo Strato Bar, o negli eventi dal vivo, si crea un’intimità diversa. In questo contesto, scegliere un caso per una live significa cercare una storia che si presti alla condivisione, al dibattito immediato. L’atmosfera cambia perché sento l’energia del pubblico, vedo i loro dubbi in tempo reale. La narrazione diventa un po’ più teatrale, certo, ma anche più umana. È un momento di aggregazione molto bello e forte, e rende il racconto più responsabile, più misurato, e rafforza molto il legame con il pubblico.
In più, ai partecipanti consegno un fascicolo sul caso in esame che costruisco e collaziono personalmente per rendere l’esperienza più immersiva ma soprattutto più reale: non a caso queste serate le ho battezzate “Notte da Detective”, con lo scopo di trasformare il pubblico, almeno per una sera, in veri investigatori assieme a me.
D – Come vedi il panorama del true crime oggi? Credi che stia cambiando il modo di fruire di questi contenuti grazie ai podcast e YouTube? E ci sono casi che funzionano meglio in uno dei due formati?
R – Il True Crime sta vivendo un momento d’oro, ma proprio per questo c’è il rischio di saturazione ma soprattutto di semplificazione. Credo che la differenza oggi la faccia la qualità e, senza mezzi termini, l’autorevolezza. YouTube e i Podcast hanno democratizzato il genere, permettendo approfondimenti che la TV generalista spesso non ha il tempo di fare, e questo è un bene.
Ma nell’ampio panorama di chi racconta queste storie, credo che la fase più delicata sia proprio quella di saper scegliere “chi” ascoltare. E ho scoperto una cosa: ciò che prima poteva funzionare meglio in versione Podcast, quindi solo audio, oggi sembra piacere di più in formato video. Mi spiego.
Alcuni casi funzionano meglio in audio, soprattutto quelli basati su testimonianze, lettere, intercettazioni, dove la voce diventa strumento narrativo. Altri, invece, hanno da sempre bisogno del supporto visivo per comprendere luoghi, documenti, mappe, sequenze temporali. Probabilmente non esiste un formato superiore in assoluto, eppure ho scoperto che il pubblico Spotify apprezza moltissimo il formato video.
Da quando ho iniziato a caricare anche la versione video degli episodi su Spotify, i miei ascolti sono letteralmente triplicati.
Questo fenomeno mi ha fatto riflettere molto, e credo che c’entri qualcosa anche l’avvento massiccio dell’Intelligenza Artificiale. In un momento in cui l’AI può generare voci sintetiche, e i contenuti di questo tipo sono sempre più in aumento anche su YouTube, vedere una persona vera, in carne ed ossa, che ci mette la faccia, o che banalmente ha una inflessione vocale del tutto personale, paradossalmente è diventato un valore aggiunto insostituibile.
La gente vuole fidarsi del narratore, e per fidarsi ha bisogno di guardarlo negli occhi, sapendo che dietro quel racconto non c’è un algoritmo, ma un professionista reale con la sua sensibilità e la sua etica.

Il patto di Time Crime con il pubblico
D – Raccontare il crimine crea inevitabilmente un legame di fiducia con chi ascolta: qual è il patto non scritto che senti di avere con il tuo pubblico?
R – Il patto non scritto che ho con chi mi segue è basato sull’onestà intellettuale e sulla deontologia professionale. Chi mi segue sa che io studio davvero. Sa che se dico “non si sa”, è perché agli atti non c’è risposta, non perché non abbia voluto cercare o peggio, perché voglia creare facili suggestioni. Si fidano della mia analisi perché percepiscono che non c’è la volontà di manipolarli emotivamente per qualche visualizzazione in più.
Questo patto implica una grande responsabilità: non usare il dolore come intrattenimento, non forzare giudizi, e non tradire la complessità delle storie. E poi c’è un altro aspetto fondamentale: il rifiuto delle dietrologie facili. Sarebbe semplice catturare l’attenzione costruendo castelli in aria su macchinazioni oscure o scenari fantasiosi, ma il mio impegno è restare ancorato a ciò che è “provabile”: è la premessa ad ogni mio video.
La realtà è spesso più cruda e lineare di quanto ci piaccia immaginare; il mio compito è raccontare quella, senza cedere alla tentazione di vedere ombre misteriose dove non ce ne sono, solo per rendere la storia più avvincente. Allo stesso tempo, il mio rifiuto per le dietrologie facili non significa avere una chiusura mentale o accettare passivamente la “verità ufficiale”. Anzi. Spesso la soluzione di un caso si nasconde proprio in quelle piste alternative che sono state scartate troppo in fretta o non approfondite all’epoca.
E la storia ce lo insegna. Ecco perché esplorare strade diverse è doveroso, ma va fatto con gli “strumenti giusti”: prudenza, intelligenza critica e “riscontri oggettivi”. Il mio impegno è vagliare ogni possibilità, anche la più scomoda, ma sempre partendo da un indizio concreto e mai per il semplice gusto di creare mistero dove non c’è. Tutto basato sempre sul rispetto: rispetto per la verità, per la mia professione, per l’intelligenza di chi ascolta e, soprattutto, rispetto assoluto per le vittime, che meritano la verità, non la fantasia.

In un’epoca in cui il True Crime rischia di trasformarsi in intrattenimento veloce, Time Crime sceglie la strada più difficile, ovvero restare abbastanza a lungo sui fatti da lasciare che siano loro a parlare.
Perché a volte la differenza non la fa il colpo di scena, ma un dettaglio temporale che nessuno aveva guardato davvero.
Vi consigliamo di seguire Alessandro sui suoi social perché vi innamorerete del suo modo di raccontare, proprio come è successo a noi. E naturalmente continuate a seguire anche i nostri canali perché vi porteremo presto novità sull’argomento true crime!
Articolo scritto da Ari



